Musica: 39 anni senza Rino Gaetano… “Ma il cielo è sempre più blu”

rino gaetano

C’era una volta in Italia l’età dei cantautori, quegli anni Settanta delle «avvelenate» con l’eskimo addosso, il fiasco di vino a portata di mano, la chitarra acustica che schitarra su una casa del popolo o un Folkstudio pieni di fumo, il dibattito politico sempre a ridosso del palco, tra autonomie operaie e studentesche, «compagni che sbagliano», altri che si limitano a sorpassarti a sinistra.

Poi c’era lui che era in quel mondo ma non era di quel mondo: un alieno incapace di prendersi troppo sul serio, ma bravo a ridere di tutti con versi taglienti quanto originali. Uno che la retorica non sapeva proprio dove stesse di casa.

L’INCIDENTE FATALE

Esattamente 39 anni fa, il 2 giugno del 1981, per un maledetto incidente automobilistico a soli 30 anni se ne andava Rino Gaetano, il più atipico nel panorama dell’italico cantautorato degli anni Settanta.

Per curriculum, opere e attitudine. Breve parabola artistica, la sua, nemmeno compresa fino in fondo all’epoca, ma come da manuale rivalutata in pieno qualche decennio più tardi. Il regista Daniele Luchetti gli dedico’ «Mio fratello è figlio unico», uno tra i suoi film più celebri.

Stesso anno di uscita (2007) della fiction Rai «Ma il cielo è sempre più blu» che portò a compimento il processo di rivalutazione postuma di un artista fino a quel momento «consumato» episodicamente dal pubblico mainstream e piuttosto maltrattato dalla critica.

Succede così a quelli che fai una certa fatica a catalogare. Con l’aggravante, nel suo caso, di aver osato viaggiare in direzione ostinata e contraria alzando la vela dell’autoironia nel mare in burrasca di un’epoca che si prendeva troppo sul serio. Era, a suo modo, un «esule», ragazzo di Calabria a Roma, figlio di emigranti di Crotone trapiantati ai margini della Capitale.

I PEZZI

Non era un intellettuale, ma a 23 anni scriveva testi che gli intellettuali engagé li mettevano ko, che si trattasse del divertissement liberalista (nel senso della cannabis) «I love you Maryanna» o della graffiante «Ma il cielo è sempre più blu», una specie di rap prima dell’invenzione del rap che, se ci fosse in Italia una scuola dell’obbligo per rapper, sarebbe senza dubbio testo di studio. Stava dalla parte del torto, di «Mio fratello è figlio unico/ perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone», riusciva a fotografare con rara perspicacia gli anni della rivoluzione sessuale («Berta filava») e della crisi energetica («Spendi spandi effendi»), senza perdere mai il legame con il mondo dal quale proveniva («Ad esempio a me piace il Sud»).

Non disdegnava il tema politico, imprescindibile per un cantautore degli anni Settanta, per giunta formatosi al Folkstudio, ma in bocca a lui diventava surrealismo puro (vedi alla voce «Aida», ovvero: l’Italia dei «salari bassi/ la fame bussa/ il terrore russo/ Cristo e Stalin»). Si concesse il lusso di Sanremo, perché spocchioso non era, al contrario dei tanti illustri colleghi, e nel 1978 con i tre accordi maggiori e la malizia di «Gianna» arrivò persino terzo.

LA DISCESA

Poi la fase discendente, con il passaggio alla Rca Italiana (prima pubblicava per la sussidiaria It) che non tenne troppo fede alle aspettative. Ma giusto una manciata di mesi prima di andarsene, una specie di messaggio nella bottiglia in forma di canzone («E io ci sto») per le generazioni future: «Mi alzo al mattino con una nuova illusione/ prendo il 109 per la rivoluzione/ e sono soddisfatto un poco saggio un poco matto/ penso che fra vent’anni finiranno i miei affanni».

Di anni ne sono passati 39, caro Rino, e l’Italia ha finalmente capito chi eri. Forse.

(FOTO TVZAP)