RSA, l’associazione ‘I Quartieri’ scrive al Presidente Santelli

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Pubblichiamo il testo ricevuto dall’Associazione ‘I Quartieri’, relativo ad una lettera inviata al Presidente della Regione Calabria Jole Santelli. Di seguito il testo integrale.

“Presidente Santelli, c’è una realtà, che vede anche in Calabria, l’esistenza di un lockdown perenne e forse sine die, che pone in situazione di segregazione, con una lesione possibile di ogni pronunciamento costituzionale, dove in forza di una valutazione sanitaria tutti gli ospiti, o meglio degenti, delle strutture sanitarie (RSA) e socio sanitarie, restano reclusi senza immaginare un percorso nemmeno possibile ad oggi, volto ad un ritorno di una quasi normalità. Questa situazione da sempre ai margini dell’attenzione generale ed anche politica, impone a tutti un ragionamento capace di guardare al futuro, considerando che quanto si è consumato all’interno di queste strutture, le RSA, in tutto il territorio nazionale, con le migliaia di morti “senza disturbare” di tanti anziani, ci ha consegnato il valore di rottura di un sistema, dove l’emergenza Covid-19 ha rappresentato lo stress test che ha validato, purtroppo, la vetustà di un esperienza ormai conclusa.

La Calabria non è rimasta immune, ha registrato le sue vittime nelle RSA, come Lei ben conosce, dove al netto delle responsabilità che dovranno essere accertate, non ci consente di ritenerci migliori rispetto ad altre realtà regionali per la bassa percentuale di decessi. Pensare così, ci espone ad una valutazione irresponsabile che non tiene conto che nei fatti, la nostra regione è stata “graziata” dalla violenza del Covid-19, forse per una volontà divina e quasi certamente per l’isolamento strutturale che limita da sempre la Calabria, che in questa circostanza è diventato, paradossalmente, un valore.

Questa apertura di credito divino in presenza di un sistema sanitario approssimativo, la cui evidenza si materializza nel panorama RSA, non ci consente di sprecare nuovamente un vantaggio temporale e, non ci consente di vivere un ipotetica nuova ondata del Covid-19 con terrore, dove lo stato di grazia, forse, non verrà in soccorso e certamente voleranno gli stracci nei corridoi delle varie Procure calabresi. Lo stato dell’arte è semplicemente drammatico in tutto quello che si chiama RSA. Per una (non) motivazione sanitaria, che deve nascondere la realtà approssimativa del sistema, sopravvivono tanti pazienti che sono dei reclusi, dove la malattia diventa più drammatica perché lo stato di isolamento, quella che di fatto rompe l’alleanza terapeutica con le famiglie, aggrava lo stato generale degli anziani, in un limbo di non conoscenza, dove tutti i punti di rottura del sistema RSA, restano ancora più nascosti, con la complicità della governance del sistema sanitario regionale, che non brilla in termini efficienza e nemmeno in termini di rispetto delle norme, anche quelle emanate in periodo di emergenza Covid-19. Oggi, quanto da Lei disposto con l’ordinanza n. 20 del 27 marzo 2020 in termini di “Attività di screening Covid-19/SARS-Cov-2 operatori sanitari e monitoraggio strutture residenziali”, se ha trovato applicazione è stata, nella maggioranza dei casi, parziale rispetto agli operatori sanitari e totalmente disapplicata in riferimento al monitoraggio dei residenti delle strutture socio-sanitarie.

Appare credibile affermare che il personale sanitario, in concomitanza con l’adozione dell’ordinanza richiamata abbia fatto un “solo” tampone per la ricerca del virus. Di converso la popolazione residente nelle RSA, nonostante il richiamo dell’ordinanza di fare screening preventivo su individui con patologie croniche e/o uno stato immunocompromesso – la quasi totalità dei pazienti -, nella maggioranza dei casi, non solo non ha “mai” fatto alcun tampone, ma continua a vivere in uno stato di reclusione sociale ed affettivo, su una motivazione sanitaria che palesemente è in violazione delle norme predette, mentre ad oggi l’unico elemento di pericolo Covid-19 per le RSA in Calabria restano i parenti dei degenti-reclusi. Effettuare una verifica, su un ipotesi di recrudescenza del Covid-19 possibile anche in Calabria, magari proprio su Suo input, Presidente Santelli, avrà valore di verità e di discriminazione delle responsabilità, anche quelle di controllo, sulla realtà effettiva delle RSA nella nostra regione, tanto da attuare, a margine, le procedure di revoca degli accreditamenti per le strutture inadempienti, non fosse altro in adozione del provvedimento a Sua firma, già richiamato. C’è da valutare in termini di responsabilità oltre che sotto un profilo penale, se “l’eccesso di potere” riconosciuto dalla decretazione d’urgenza Covid-19, alle singole direzioni sanitarie delle RSA in vacatio di una linea di condotta sanitaria regionale, in caso di nuovi contagi nelle strutture possa ipotizzare reati di procurata pandemia non solo colposa, ma in realtà con un profilo di dolo riconosciuto per la non attuazione della normativa vigente.

Non possiamo trattare il dopo Covid-19 dai comodi salotti, non possiamo essere sempre fautori di un austerity di libertà dei pazienti reclusi nelle RSA senza indicare una data ed un percorso, non possiamo soprattutto considerare sempre tollerabile l’esistenza in una “voluta” non conoscenza di strutture segreganti che si voglio definire sanitarie. E’ impensabile che oggi l’unica preoccupazione “sanitaria” sia quella di consentire nuovamente la ripresa dei ricoveri nelle RSA, in presenza di grandi limiti strutturali, quelli che emergono con disarmante allarme dall’ultimo survey dell’andamento dell’epidemia nelle RSA in Italia, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità. D’altronde l’emergenza ha evidenziato come le politiche sociali e sanitarie pubbliche siano fondamentali per la coesione e la sicurezza sociale di una comunità democratica. Le morti Covid-19 non possono diventare notizie solo quando viene avviata una nuova indagine della Magistratura, sono sempre le stesse vittime, molte volte anche in RSA, di maltrattamenti e violenze, dove il peso della notizia ha lo stesso valore, di quello che ha risuonato in periodo di crisi sanitaria. Non possiamo più pensare che la Magistratura penale debba supplire, sempre, ad una questione morale, attivandosi prima di una coscienza civica, a difesa di determinate tipologie di persone, anziani e/o con disabilità, largamente pensate come una parte di umanità minore, alle quali non è mai riconoscibile la piena cittadinanza, reduci e pertanto sacrificabili nell’indifferenza collettiva e, ancora più pericolosamente nell’indifferenza della politica.

In Calabria i limiti evidenziati dal sondaggio dell’ISS, diventano più drammatici, perché figli della cattiva gestione e del mancato controllo, quella che nel tempo si è piegata alla “logica degli amici”, chiudendo un occhio su limiti anche strutturali mai sanati, consegnandoci nel migliore dei casi, si spera non tutti, strutture obsolete, che impediscono efficaci isolamenti in tempo di Covid-19, dove vivono troppe persone ricoverate -, le classiche RSA pollaio – dove le diverse esigenze sanitarie sono tali da ostacolare qualsiasi forma di distanziamento. Dove, per una logica spregiudicata di profitto quella che oggi richiede soltanto la ripresa dei ricoveri, l’appalto dei tanti servizi sono sempre improntati alla logica del minor prezzo, dove il personale è sempre sottostimato alle reali esigenze, con turni defaticanti e con un riconoscimento retributivo sempre al ribasso, ai limiti del caporalato in termini di diritti dei lavoratori. La pandemia ha soltanto ingigantito i limiti strutturali ed organizzativi già evidenti delle RSA, ha certificato un divario fra aspetti sociali piuttosto che sanitari, per una conclamata incapacità e non volontà di aggiornare la componente sanitaria a vantaggio di ospiti moderni, caratterizzati da complessità assistenziali molto più gravose ed articolate da un modello ormai superato, quello che in Calabria si amplificata in negativo. Eppure in Calabria il tasso di contribuzione giornaliera per la degenza in RSA è piuttosto significativo, superando anche quello di altre regioni italiane. Non è certamente poco una retta di €.139,90, che francamente non giustifica servizi e qualità sempre al ribasso, fatte salve eccezioni, dove i degenti sono obbligati a far nozze con i fichi secchi, anche e soprattutto in termini di prospettive di cura e di assistenza che hanno l’esigenza di essere caratterizzate sulle persone e non sul mucchio!

Oggi c’è una lesione grave del “titolo di garanzia” che resta in carico alle RSA, una lesione sia in termini di cura e di interventi sociali (visite dei parenti, attività di animazione, contatti con l’esterno, attenzione alle relazioni) trascurati in evidenza Covid, e il risultato è stato l’aggravamento di anziani ancora non compromessi, oppure l’aggravamento ulteriore di quelli già in parte compromessi. Questa situazione di emergenza non è più giustificabile per una valenza sanitaria, in particolare quando si richiede con forza la ripresa dei ricoveri, mentre la chiusura ad ogni relazione esterna per i pazienti resta una costante indiscutibile, che resta giustificabile solo per una incapacità di adeguamento agli standard di sicurezza delle strutture socio-sanitarie, quelle che purtroppo vanno ad incidere non solo in termini economici, ma in particolare in termini di credibilità e di prospettiva. E’ questa l’unica verità di questo sistema di (non) qualità delle RSA in Calabria, quelle che oggi sono assimilabili a modesti penitenziari per persone a bassa intensità di cittadinanza, dove la lesione dei diritti riconosciuti su un ipotesi sanitaria, amplifica quel clima di chiaroscuro dove tutto sembra consentito e giustificato legalmente, come una diffusa procedura di sequestro di persone generalizzato. Però le singole direzioni sanitarie – cui restano in capo responsabilità organizzative ed eventualmente anche responsabilità penali – si preoccupano soltanto di rimettere a profitto i letti rimasti vuoti dai decessi degli ultimi mesi e non già di favorire e garantire, in sicurezza, una ripresa di relazioni all’interno delle RSA, nella considerazione del valore positivo per i degenti, quello che non si ferma solo alla somministrazione delle medicine.

Questo è il tema che richiede la Sua attenzione, Presidente Santelli, valutare nel brevissimo periodo la sostenibilità di queste strutture in evidenza di una ripresa probabile del Covid-19, che nei termini del ragionamento diventerebbero non tanto dei focolai, ma incendi diffusi. Per converso in prospettiva futura bisogna che la politica regionale cominci a ragionare su una profonda riforma del sistema socio-sanitario, trasformando le RSA in presidi aperti in grande interscambio con il territorio, in una cornice di sicurezza sanitaria e strutturale, dove anche e soprattutto le famiglie abbiano una competenza di indirizzo e di verifica dei percorsi di assistenza e di sostegno. Questa è un esigenza che sta diventando un evidenza per l’agenda politica, dove il concetto di esclusione non deve più avere legittimazione in danno dei degenti e delle famiglie calabresi. I calabresi e le famiglie la considerano una priorità ed un esigenza non più derogabile che sta determinando forme di aggregazione per una partecipazione, anche attiva, a quello che sarà il tavolo di una riforma, che non si può più prorogare. Cordialità.”

Alfredo Serrao – Presidente Associazione ‘I Quartieri’